Quella doppietta a cani “UN OM E VA’ ! “

Quella doppietta a cani “UN OM E VA’ ! “

 Quella doppietta a cani "UN OM E VA' !" (racconti di vita)

Rimini 11 marzo 2015 Quella doppietta a cani. ( Un Om e và ! ) Qualche tempo prima della grande crisi economica o se volete della grande nevicata o nevone caduta sul nostro paese, una bimba torna da scuola con un distintivo sul petto, giovane massaia del fascismo. L'indomani presto il padre la accompagna dalla maestra dicendo: " Fino a che mia figlia mangerà alla mia tavola, sarò io ad impartire educazione e comportamenti, lei faccia il suo dovere di insegnarle a leggere e scrivere, io non posso. Questo distintivo se lo tenga e lo spilli  sul petto di qualcun altra".    Lasciata la mano della bimba l'uomo ritorna al lavoro dei campi. Si era sentito padre e liberato da un peso troppo ingombrante da fare portare alla figlia con sè, doverlo condividere nella vergogna senza il consenso, umiliandosi nella propria filosofia del vivere. Non amava quel fare, anzi. Sognava un mondo di ben altri colori che quello del nero di allora. Consapevole dei rischi che correva, ma consapevole pure che le idee hanno confini anche oltre l'immediato, quando albergano animi volti alla ricerca di un bene per tutti, potranno e sapranno rifiorire più in là. Ci sperava. Ci credeva. Vivere ed essere per ciò che si è, ne valeva comunque la pena. Qualche tempo dopo, a notte fonda, dall'imposta serrata della camera da letto, una voce riconosciuta ed amica dal buio sussurra un monito ed una preghiera: "Non andare a caccia domani, vengono per spararti. Hanno deciso, dovrai morire". La moglie afferra nel dormiveglia quel bisbiglìo sommesso, quella voce fioca e complice, così in ginocchio prega il marito: " Non andare, ti prego non andare, hai cinque figli, non andare, resta a casa. NU' VA' !!!.". L'uomo accarezza la moglie e sottovoce pian piano quasi a non farsi sentire le dice: " Sono costretto ad andare, un uomo, proprio per fare crescere i propri figli nel rispetto di se stessi e di ciò che sono, per quelli che siamo, per consentire loro di potere guardare chiunque negli occhi senza vergogna, mi spingono ad andare. Ho l'obbligo di andare. Sai che razza di uomo e cacciatore sono io, abituato alle allodole che non vengono a tiro da sole, con questi sarà più agevole, la finiremo prima. Per potere sparare ad un uomo e colpirlo devi essere a tiro anche tu, anche uno di loro con me verrà, si saprà così chi avrà reso orfani i miei figli che sapranno chi piangere e perchè e guardare dall'alto in basso quei miserabili sicari e rendere infami quei nomi, per sempre.".   "  UN OM E VA' ! " Si preparò con la cura migliore, rasata la barba, lavato, ripulito, guardando diritto nello specchio con quei penetranti, limpidi, puliti,  trasparenti occhi, ordinato si vestì poi della divisa migliore, e da ultimo preparò con calma, con estrema delicatezza, la sua amata doppietta a cani, quella Beretta fabbricata nel 1922, armata con due cartucce calibro zero, scelte e soppesate nella mano, con cura. Uno sguardo ai figli nel sonno, una carezza alla moglie in lacrime, poi l'indice sulle labbra rivolto a tutti, muovendo le spalle lentamente, uscì. Nell'aia di quella casa colonica, ancora al buio, armò i cani ed imbracciò con delicatezza e cura quella doppietta a cani, come e nel modo di come si culla un piccolo figlio per sostenerne lievemente il peso su entrambi gli avambracci incrociati rivolti al cielo, per guardarlo bene in viso e cullarlo dolcemente, teneramente, sentendosi fiero di entrambi, se ne andò, così, incontro al destino.  Il gallo cantò quando già i suoi passi precisi e misurati, sapienti e ripercorsi, calpestandola scioglievano la brina e bevevano la rugiada di quelle sterpi conosciute ed amiche e le scompigliavano. Una carezza insistita sul capo di un bimbo, il suo peso per loro.Quella natura selvaggia, sembrava capire che quel fare consueto non l'avrebbe ferita, sentiva, avvertiva che il calore di quell'uomo, con amore nel cuore, camminando con leggerezza ne rispettava pur calpestandola ogni sua vita. Quella terra sembrava capire. Quei passi nel buio, con lievi rumori ovattati, rarefatti, assopiti,  sembravano intonare un dolce canto di addio.  Siamo in una valle incolta ed acquitrini chiamata Cagnona, pur nel rigido pungente delle prime luci dell'alba, le sue mani non avvertivano il freddo, nè tremavano, abituate a dividere il capello in quattro, per spartire equamente a tavola quelle scarne razioni di cibo, con un coltello affilato, gentile sui cibi a non sprecarne il valore spartendo di netto, prima ai figli, poi alla moglie, per sè da ultimo, che bastasse per tutti, sempre. Così insieme ai fratelli, da sempre, come sempre, ogni volta per sempre. Misure oneste per vivere e sopravvivere, con quello che si poteva, con tutto quello di cui si disponeva. Così con tutta la vita che scorre a mente, pian piano, e che ad ogni istante si rinnova, sull'argine del fiume Rubicone, osservava due biciclette pedalate con enfasi, illuminate dai primi bagliori del sole, dal mare, portano due uomini vestiti di scuro e sapore di morte.  Sono loro, pensò. Sono pronto, morirò da uomo, così il mio cognome sarà  rispettato per il mio sacrificio e l'onore non diminuirà nel tempo dell'uomo. Accarezzò quella doppietta a cani scorrendo le dita sulle canne brunite, piano, dolcemente, con rispetto, con gratitudine, come ad esorcizzarne la fedeltà, guardò il cielo attraverso il mirino come a cercare un futuro orizzonte ed accarezzò i cani ed i grilletti come ad invocarne fedeltà, una complicità da sempre fruita, sempre ricevuta, un pensiero a casa, un ansimare profondo, poi quiete. Un groppo in gola, un pensiero ai suoi cari ed uno per sè:  " UN OM E VA' ! ".  Poi quiete, silenzio e solo l'attesa di un lampo, di un  tuono, di una vampa di fuoco. Inizia così un duello mortale, uno contro due, come nelle consuetudini di un'arma contro uno stormo che vola lontano, con sempre una via aperta alla vita. Non due contro uno come per la vigliaccheria di gente senza onore. Quest’uomo cacciava uno alla volta quel nemico sconosciuto ma visibile ed inseguito attraverso quegli occhi lucenti, fermi, decisi, di un colore di buono, chiari, trasparenti, limpidi, spietati e ferini, mai fermi, instancabili nel proteggere quei cani già pronti a tuonare. Uno per volta, uno alla volta, chi più si avvicinava, prima e più forte avvertiva la ferocia dell’istinto a sopravvivere, come una ossessione a giocarsi la carta più importante del mazzo : quella dell’onore, chi più si avvicinava capiva di essere preda e predato da un cacciatore sempre più deciso ed assetato di vita, la propria e quella loro.Uno per volta, a sfidare un sicario assetato di morte con la forza più grande di chi è assetato di vita. UNO  PER VOLTA, A SFIDARE UN SICARIO ASSETATO DI MORTE CON LA FORZA PIU’ GRANDE  DI CHI E’ ASSETATO DI VITA.   Uno per volta, a chi beve prima.  Uno per volta a  chi affoga per ultimo. Questa caccia durò fino a che il sole era alto, molto alto nel cielo, non più brina e rugiada ricoprivano i rami, ma gemme dissetate di vita a fiorire di nuovo, su rami, tra fiori, tra luci, colori, tra segnali di vita che chiamava a sostenere altra vita. Un auspicio, un augurio, non saprei, certo una realtà, vita viva, ancora in tutto ciò da cui era circondato e protetto, ed EGLI pure, in quel contesto, viveva.    Ancora.  Quegli uomini erano svaniti, erano diventati dei punti infeltriti confusi  tra i roveti delle dune del mare, pure per quelle pupille allenate dal più piccolo nido, o stelo, o fiore, o ramo, o bagliore lontano.   Si erano allontanati per ritornare di nuovo a ferire o feriti da un orgoglio più grande sarebbero poi  svaniti nel nulla da cui erano apparsi e li ritornati ?   Non saprei  e non trovo importante capire, ora.  Poi dove andati a finire a piedi ed in direzione del mare e della pineta che accoglie e nasconde anche nel giorno. Insieme ancora o divisi di certo avevano un fardello da spartire per il resto della vita, il disonore del fallimento, la vergogna dell’umiliazione ricevuta e la codardia da portare come tatuaggio indelebile letto da chi conosceva  e sapeva. Per sempre. Un insulto perenne all’odio provato per uno sconosciuto, con l’onore mai vissuto ma riconosciuto vivere in altre divise. Una macchia sul cuore mai più emendabile, per tutti.  Mai avrebbero trovato ed avuto un nascondiglio adatto ad una cattiva coscienza , mai più. Falliti per sempre. " Non sono io che devo cercare. Non sono io che devo trovare. Non sono io che devo scovare. Non cerco la vita loro, voglio solo conservare la mia, guardando lo specchio come ho fatto prima, pensò." Solo le due biciclette abbandonate sul greto, trattenevano il fango di quel  trasporto vigliacco, parevano abbandonate a se stesse e stremate nell’avere disarcionato quelle bestie domate. Quell’uomo le appoggiò al portico di casa e scaricò poi al cielo i due colpi, a liberare un peso, un’angoscia, una ferita lacerante dell’anima, come a lanciare un urlo di vita al cielo, una imprecazione ed un urlo ancora, altissimo, assordante,  prima di essere accolto dalle braccia della moglie e dei figli che aspettavano la selvaggina di sempre, stavolta invano ed  a liberare quella doppietta a cani dal peso sublime di valere una vita, la vita, la sua, la loro. La nostra. Qualche tempo dopo, in quella osteria dei Capanni, sotto l’argine della strada sul fiume, quell’uomo si presenta al raduno consueto delle nere camicie, con la sua candida della domenica, immacolata ad illuminare un viso sereno, bellissimo nel trionfo di sapersi, non solo sentirsi,  UOMO,  aprendo la porta, ferendo la vista di ognuno di loro che come spettro agita pupille e polsi, dice: “ Non sono un ladro, sono un lavoratore che non ha voi come nemici ma che  ha compagni che non siete voi, ho riportato le biciclette a quei  galantuomini che le hanno abbandonate sul greto del fiume, ci sono le matricole, non le ho nemmeno guardate. Non ho interesse per i loro padroni se questi  non l’hanno per me.  Come e perché, sapete.  L’unico rosso che deve colorare le labbra, scorrere e bagnare corpetti, per me è quello del  fiasco, se qualcuno di voi me lo permette, lo berremo insieme”. Il capo di quelle squadre di allora si disarmò, in piedi,  pretendendolo poi da ognuno, appoggiò le armi su un tavolo ed ordinarono all’oste del rosso, fecero notte.  Non saprei chi pagò il fiasco,  od i fiaschi, di certo capisco il costo che dovette avere inghiottire del rosso tinto di rosso per ognuno di loro.  Solo una di quelle camicie bevve senza macchiare la propria statura di uomo ed amico, tradì per amore un patto scellerato ed iniquo, ma quella voce soffiata nel buio lo salvò dai rimorsi che cancellano il poi azzerandone ogni dignità, bevve felice e si senti benedetto dal Maestro,  non rinnegato come quell’altro che tradì  ad un prezzo, lui si ripagò con valori immortali e guardando l’amico negli occhi beveva con gusto dolce, schietto, limpido in viso, quei sorsi di vino,  per altri il calice fu amaro, molto amaro. Rispettarono la fierezza di quell’UOMO, ne compresero la dignità che molti di loro segretamente  invidiarono, non potendolo ferire o domare con la forza, né con la paura, né scalfirne la coscienza e la dignità. Molti bevvero e masticarono  amaro per lunghissimo tempo ancora. Alcuni di questi ritornarono in sella, altri pedalarono soltanto e per tutta la loro vita.  Voci di popolo,  dicerie origliata da chissà chi, si sentì poi dire che in un paese vicino fu fatto bere del ricino, da a delle camicie nere e che mutarono anche alcune gerarchie di quel partito, che si lavarono dei panni in casa,  ma non saprei dire se vero. Le uniche certezze che ho sono queste verità che vi ho così scarnamente raccontato, ciò che vi ho scritto non è esercizio di fantasia, sono fatti veri ed accaduti, raccolti  direttamente da chi ha veramente vissuto nei  personaggi del racconto,  poiché la bimba era mia madre, quell’UOMO, suo padre. Mio Nonno.  Pietro. Mia madre si è sempre sentita in colpa per quanto accaduto ed appreso da sua madre già da adulta, non potette  proseguire la scuola oltre la terza  elementare, poiché per terminare  le elementari avrebbe dovuto recarsi  dai Capanni a Savignano S/R, sono diversi chilometri lungo un argine insicuro,  a piedi e con ogni tempo ed a quella tenerissima età.  Non era sicuro, non era prudente. Non sarebbe stato possibile, un costo era già stato pagato, non del tutto saldato con tutti, però. Troppo vulnerabile per vendette o faide o rivalse di cuori accecati dall’odio in colori di parte. Troppi calici trangugiati controvoglia. Nessuno se la sentiva di farla continuare a studiare, benchè capace, forte,  caparbia, meritevole,  ma non orfana non poteva essere aiutata altrimenti. Non era orfana abbastanza per essere sicura. Scelsero per lei i campi, vicino ai fratelli, agli zii, guardata a vista  da occhi benevoli ed amicali. Questa la ragione per la quale maritandosi giurò a se stessa che se avesse avuto figli li avrebbe fatti studiare a qualsiasi suo costo e sacrificio e fino a che questi si fossero stancati di scrivere e di leggere, di apprendere, anche da e se somari. Ora mamma non ci sei più, ma io continuo a leggere ed a scrivere, ancora. Se bene per te, non lo so, ma con tutta la dolcezza che hai messo nel raccontarmi la vita questo lo sento e lo provo, questo proprio sì,  nelle righe che bagno con le lacrime di chi ama le cose che fa, a cui pensa e non ha.  Più. Sai bene che passo sempre su quella terra ormai cambiata in quasi tutto,  ci passo più volentieri nella stagione aperta della caccia, per ascoltare nel silenzio qualche colpo che ferendo l’aria in rapida successione, mi porti l’eco ancora, di quel grido del nonno. Una vampa di fuoco che ravviva l'onore, accende di vita l'aria ed il cielo e scioglie quel gelo che copre i pur lunghi silenzi del cuore.Grazie a te, al nonno ed a quella doppietta a cani caricata a pallettoni che non ha bucato le nere camicie ma un cielo pulito, terso, assolato, come a squarciarlo per accogliere e liberare  uno sguardo benevolo di chi da lassù ci sorveglia il vivere ed accontenta  i giusti, li protegge  e li ama sentendosi  amato, capito, copiato. Tra pochi giorni festeggiamo la festa del babbo, come si dice da noi. Ho scritto questo per te, leggila al tuo, che sappia anche di noi.   Tuo figlio e vostro nipote  Valerio www.immaginienonsoloparole.it  tullio valerio mazza   La pluralità di idee è ricchezza per partiti e società civile, il pensiero unico è la tomba delle civiltà (tvm) The plurality of ideas is wealth for parties and civil society, the unique thought is the grave of civilizations (tvm)      
  • tullio valerio mazza

    we remember, we do not forget, we will not forget, ever
    Mezze verità, mezze falsità, dignità in vendita, povera la mia Italia, prove di un fallimento all’incanto.