Quel giardino che non ci fu mai, ancora un sogno

Quel giardino che non ci fu mai, ancora un sogno

QUEL GIARDINO CHE NON CI FU MAI, ancora un sogno        tullio valerio mazza  www.immaginienonsoloparole.it Fin da bambino abituato a viaggiare, venivo colpito nella vista da una immagine ricorrente: i parchi verdi attrezzati  e frequentati  da tipologie diverse di persone, quasi come se il verde dei prati e dei giardini ricoverasse e si arricchisse di  tutti quei colori in movimento di uomini, donne, bambini, al pari dello stesso movimento  degli uccelli che giocavano a scambiarsi di posto tra fronde, rami, cespugli, fontane, panchine ed ogni sorta di pertugio possibile ad alimentare quadretti di vita in movimento e per cambiamenti sempre nuovi e diversi, una specie di movimento perpetuo di colori, suoni, cose, persone,  come a dare vita vera e vissuta a quella reale. Sognavo lo stesso per il mio Paese natale che non aveva parchi, eccetto quello delle Rimembranze perennemente chiuso,  ma solo piazzette ed erba incolta intorno alla casa del fascio, scorreva quel tipo di vita, di colori, di grida, di giochi, di noi bambini cresciuti all’ombra di quel campanile a guardare il quadrante semovente di quel che appariva solo un moderno orologio a contare e suonare tutti e solo i quarti d’ora della nostra adolescenza.  Divenuto grandicello, immaginavo che il Prater di Vienna, Il Bois de Boulogne con i suoi immensi giardini dedicati alle eccellenze dell’arte e del sapere, a nord di Parigi, i giardini Margherita e la Montagnola a Bologna, quelli di Chopin a Warsavia, potessero essere ripetuti e collocati all’angolo di casa mia, per farci giocare tutti i miei amici e coetanei con il fine di apprendere, intraprendere e meditare su di una vita migliore. Partivo dal presupposto che tali luoghi, in qualsiasi città del mondo, identificavano e rappresentavano “quelle” città, meglio e di più che altrimenti i pur celebrati edifici storici, municipalità od altri luoghi, frequentati da silenti turisti con il naso in su, nei giardini invece incontri sguardi, ascolti voci, rumori di una vita vissuta da chi principalmente ci vive in quella località e ne intona il canto. Un esempio, se dicevo Prater ad amici e conoscenti, pur non avendolo mai frequentato, quasi tutti rispondevano Vienna e ne identificavano ed idealizzavano una geografia magari mai conosciuta e neppure sperimentata,  se dicevo osservatorio astronomico, Duomo o Cattedrale con il nome del Santo o del Martire o dell’architetto costruttore, quasi mai avevo risposte. Mi sembrava che i giardini fossero i luoghi meglio conosciuti, forse per la ragione che erano non solo per tutti, ma di tutti, forse.  Fui ad un passo, piccolo piccolo, per riuscire a realizzarne uno simile nel mio Paese e qualcuno se ne ricorderà. Da consigliere comunale, appena ventenne, proposi la realizzazione di un Parco Pubblico attrezzato con fontane, cespugli, giardinetti, panchine, percorsi vita, laghetto, tanto altro, con annessi luoghi dove ripassare la poetica Pascoliana impressa ed esposta in ogni angolo di quel ritenuto paradiso che riunendo la Domus Pascoli con la casa del fascio e chiudendo con una unica ed omogenea recinzione e sbancando la via che separa le due identità, si sarebbe potuto realizzare “il sogno”, per “il” giardino del Poeta e tanto altro ancora. Lo penso meraviglioso ancora oggi, a distanza di oltre quarant’anni. Trovai una grande opposizione tra compagni di partito e non, con piccole e banali osservazioni che ne impedirono la realizzazione come quella che la via da sbancare risultava “l’arteria stradale più importante per San Mauro Pascoli, come più di qualcuno ebbe a dire e come se quella prosecuzione rettilinea di via Don Minzoni fin dentro via Gramsci fosse una emulazione della quinta strada o dei Campi Elisi o la Prospettiva Newsky, banalità per come la vedo io ancora oggi con gli umori che brontolano per il traverso e non si placano. O con l’obiezione dei parcheggi, che si sarebbero mantenuti utili solo con un senso unico di circolazione intorno, orario od anti a scelta…ostruzionismi inconcludenti di selvaggia miopia. Qualcuno magari a ripensarci oggi, spero se ne vergogni. Altro dettaglio che confezionò il decadere politico della proposta fu poi la circolazione di una voce ostile e calunniosa, un venticello malevolo e bugiardo, ma di felice validità distruttiva e paleolitica accademia, che si rivelò poi  di grande efficacia: I cumunesta i vo mandè vi al sori.... Mia madre mi chiese, mo lè vera che te tvù mandè vì al sori da Samaevar? Lasa andae Mà, aenca te ta ti met a cor dri ma st’al bumbuzaedi da bocaverta? S’iaves rasoun i pritoin, t’avdirè, i sarà lou a mandaeli vi…a se girem me e te, cisaera e ciapamoschi.  Una domenica mattina, fu convocato un Consiglio Comunale aperto al contributo di tutti e si discusse (animatamente) del progetto. Fui abbandonato e lasciato alla deriva del sogno, perfino da alcuni miei compagni che non ritenevano utile tale cambiamento per la nostra cittadina, fui sconfitto e con me l’idea del parco, ma un centro di aggregazione sociale per ogni stagione, un centro polivalente culturale che qualificasse il ricovero degli anziani ad altra funzione, lasciato ora cadere, un parco attrezzato al posto di un parcheggio d’asfalto torrido d’estate e deserto agli uomini, alberature oggi inesistenti peraltro rimosse, vicino alle case del centro ad ingentilire orizzonti stemperandone la freddezza del connubio mortale tra asfalto, pietra, cemento, uno spazio verde attrezzato per iniziative pubbliche e private all’aperto ed al chiuso, area protetta ricca di ossigeno per  la passeggiata e la corsa libera di un bimbo non irregimentato a guardare barriere che lasciano trasparire ancora altre barriere come ora, ancora latita. Un luogo dove trascorrere ore e dialogare tra amici, declamare le poesie del Pascoli, leggere un libro od un giornale, all’ombra, al fresco, accogliere scolaresche, utilizzare edifici per un bene comune da estendere, od altro ancora e di migliore, ancora a me risulta latitare. Ricordo quelle giornate di luglio, dove il garbino mieteva persone facendole svenire, cadere a terra come albicocche mature, nelle fabbriche e nei laboratori domestici dal clima irrespirabile di quel centro infuocato e nessuno pensava ad aggiungere verde, ombra, riparo alla gente che non poteva  uscire di casa in quelle ore bruciate dei pomeriggi d’estate.  Risposi a mia madre e traduco in italiano il dialetto di allora, Mà, non sono io che desidera cacciare le suore dalla Domus Pascoli, te ne accorgerai nel tempo, sono tutti coloro che non comprendono l’importanza e le implicazioni sociali che comporta questa mia proposta, i valori futuristici che contiene, purtroppo ed invece lo sono tutti coloro che un giorno si sveglieranno e vedranno che le suorine saranno costrette ad andarsene loro malgrado per la concorrenza a quella opera sociale svolta da sempre,  da una cittadinanza che le abbandonerà al loro destino perché non ci saranno attività sociali da sostenere o mantenere nelle quali inserirle a perpetuarne l’opera  e  l’eredità, non avranno né l’asilo dove sono cresciuto, né il ricovero per anziani, hai presente alla via cupa il gerontocomio? e neppure la Domus, vedrai, vedrai  se mi sbaglio. Con quali attività si potranno mantenere altrimenti? Farò la loro fine, porterò i miei sogni con me ed altrove. Sai mamma, c’è troppo appetito di sciocca ed inutile arroganza, di cieca rivalità politica senza futuro, non solo non la si mangia, mamma, questa stolta  imbecillità ma non la si digerisce neppure con quintali di magnesia e soffoca quelle conoscenze che intanto coltivate altrove recano sviluppo e propongono un vivere migliore. Me ne andrò alla svelta pure io, come le suorine. Nu fa e pataca, na zcor ad travers, ca t’aroiv un smanarvers aenca se an t’lò mai slong.  Un giardino, Mà, non è un orto, od un lotto da edificare, iè trop quei ch’ia una tessera par intares e i pensa  snò par sé, questa la od una delle ragioni del fallimento della mia proposta. Da reta, t’am e girè. Fui profeta ma sconfitto, soddisfazione da poco ed amarezza tanta,  le suore furono costrette ad andarsene un qualche tempo dopo, non per il mio progetto non realizzato,ma per altre ragioni ed opposte, ne fui dispiaciuto e mia madre mi riabilitò ai suoi occhi, dandomi ragione a distanza di anni e ciò mi rese felice dicendomi: t’avivi vest giost valerio, la superioura l’ha ma det che magari it fos stè da santoi e na invici quei dla mesa dagl’ong e quei dagl’ong e mez… Le verità ed il vissuto a volte ritornano a parlare nei sogni, chissà se nel tempo, ravvedimenti  e progetti migliori, potranno portare un “central park” pure nel centro del paese che amo. Chissà…io almeno ci ho provato e creduto. Per intanto spero nel clima, che addolcisca e rinfreschi le volubili spire del garbino feroce, porti frescura alle pietre arse come le gole di chi non beve sorsi di vita da tempo e resta desolato in casa, anziché sotto il sole cocente ma alla verzura di un trine di mimosa con i piedi bagnati da uno zampillo leggero, deviato magari dalla manina di un bimbo sorridente e felice, o da un refolo birichino di vento a scansarne un attimo il corso, od uno sbruffetto improvviso  ed inaspettato che accarezza l’erba e la ristora, portando vita, alle vite di tutti, non come l’altra, magari pure assai vicina, che bagna inutilmente solo pietre e non le disseta e senza destare alcuna vita.  tullio valerio mazza