PRIMO MAGGIO ed un garofano al vento

PRIMO MAGGIO ed un garofano al vento

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PRIMO MAGGIO ed un garofano al vento   
Viva il primo maggio viva la festa del lavoro WWW.IMMAGINIENONSOLOPAROLE.IT                                                        Carnations in the wind, the story of my life and my family
Primo Maggio innumerevoli sfumature rosse ( racconti di vita )      tulliovaleriomazza.blogspot.com                           WWW.IMMAGINIENONSOLOPAROLE.IT  
PRIMO MAGGIO ed un garofano al vento
Probabilmente qualcuno si sarà chiesto di quei garofani radi e sparsi lungo i fossi od in carriaggi ormai abbandonati e lontani dalle vie disegnate dalle nuove e mutate proprietà.
Si saranno chiesto la ragione del  perchè  e chi abbia  spinto quei fiori ad adagiarsi su quelle terre non più calpestate da chi va, ma solo da chi le semina e raccoglie.  Anche le acque del fiume, solo a tratti fluenti al mare, si colorano e profumano cullando con e come in un dolce ballo, lentamente e delicatamente quei petali rossi  a e dove pervenuti, chissà.
Oggi è una giornata sublime, la festa del lavoro, la festa dei lavoratori, anche se in quegli  anni trenta, si incipriano leggermente i capelli di quest’uomo e li diradano poiché già nei suoi quaranta, un giorno solenne e per tanto rispettato come  una specie di Natale laico,  per  quei pochi  che nascostamente lo celebrano a rischio della vita loro e delle proprie famiglie.
Da casolari sparsi nelle campagne bagnate dal Rio Salto e dall’ Uso, con un andare solo all’ apparenza normale, consueto, usuale, alcuni uomini, sul fare del giorno vagano in quella campagna chiamata  "LE SELVE ". Sono attenti, guardinghi, gironzolano con un fardello leggero, tremendamente ingombrante e nascosto…bene, un piccolo pezzo di carta ed un fiore, il rosso garofano al petto sul risvolto nascosto del bavero, come a scaldarlo accoccolato sul cuore, come a profumare i pensieri nascosti dell'anima, nascosto e celato allo sguardo dei più ed anche a chi casualmente osservasse da lontano.
Un rito proibito, un patto segreto tra gente che sogna, tra gente che ama, tra gente che trema al pensiero dei cari, tra gente che spera un futuro migliore, ma nulla di più e mai soltanto  per sé.  Non è lunga la strada per arrivare laggiù, nè impervia, nè greve,  ma piana e battuta, pericolosa  solo per occhi curiosi però, così bisogna forzare pur uno sguardo indiscreto e dirigerlo altrove, sviarne i sospetti  ove fosse sicuro, per sentirsi protetti  e preservare il segreto di ognuno  per ognuno di loro. Soltanto al sicuro di sentirsi sicuri ci si affida e si porge una mano che stringe e si fida di un’altra, alla cieca, non ciechi tra ognuno di loro, come una mano sul fuoco che brucia e non scotta, che scalda i pensieri rivolti al futuro, che accende il destino ormai noto di tutti coloro che pur uno per sé, sentivano  essere qualcuno e qualcosa di più e valere non un dito soltanto di cinque, ma una mano importante pur con dita diverse e di cinque, serrate, aggrappate con forza a pensieri gentili, protese all’ ignoto, aggrappati a un’idea custodita nel cuore.
Oggi è la prima mattina di maggio. Una mano che stringe un futuro sperato, sognato, agognato in un pugno sicuro, forte, pulito. Un pugno serrato e proteso al cielo, non a ferire ma ad invocare ed evocare dignità e libertà. Ad implorare UGUAGLIANZA, rispetto, solidarietà. Riscatto della vita. Tutto e soltanto un pugno chiuso, proteso, alto, al sole, fermo e deciso ad attendere un poi. Uniti come le dita serrate a formare una mano che afferra e serba una speranza, quella di una vita migliore per tutti. Un pugno  volto non al cielo, ma alla vita, quella nuova e migliore per tutti : un sogno. Un sogno di libertà che vola più alto quanto più è forte quella stretta di  dita, quanto più è forte quella morsa feroce che serra il pensiero di un fare perbene. Che trattiene e non molla la gioia di una speranza di vita. Nel quel pugno chiuso un sogno,tutte le speranze loro                   Artigli di onore sul poi.
Chi il vino, chi il pane, chi altro e poi altro, per mettere insieme un alibi ad eventuali  presenze occasionali e  indiscrete ed un sigillo al segreto e poterlo mostrare così con fare amicale, sulle mani callose, rodate al lavoro, temprate nel fare, ma nude e pulite e con  pecche  pur esse mortali.
Il rito è solenne, il silenzio importante, quando ognuno di loro, con quelle mani orgogliose mostra agli  altri ed a sé  quel  pezzo di carta, trattenuto con cura. Accarezzato teneramente, dolcemente, delicatamente.  Clandestinamente, segretamente pervenuto da un paese d’oltralpe, da chissà dove e da chi, con chissà quali alchimie, quella  tessera del partito, il  comunista di allora, il socialismo di allora, una fede, una speranza, una promessa di gloria terrena, una religione laica di vita. Anarchici e riottosi alla morsa di un ovvio che uccide. Diversi da un gregge che pascola ovunque, diretto ed orientato a latrati di cani affamati. Perso per perso, del niente che erano, valeva la pena sentirsi diversi nell’ ingegnarsi a sognare.  Si sentivano fuori dal gregge, si chiamavano fuori dal coro e più il prezzo era alto più valeva la pena lottare per spezzare catene. Avevano sogni importanti.  Su quel pezzo di carta c’erano i simboli di appartenenza ad un mondo dove le idee contavano il tutto, poiché  per esse si poteva donare la vita. Poiché quelle idee valevano un mondo migliore per tutti. Ripetevano a loro stessi che ne valeva la pena. Che ne sarebbe sempre valsa la pena, in ogni tempo e comunque.   Tale rito come il momento : solenne. 
Erano semplicemente i simboli di quegli arnesi che rappresentavano la loro unica opportunità di vita, quelli della quotidianità del loro lavoro nei campi. Quella falce e quel martello che avevano scolpito quei corpi nel sudato, estenuante lavoro da sempre, di sempre, pagato con niente e dal valore di niente, per loro. Durava da sempre, durava per sempre, in ginocchio e chini, con una dignità che non poteva affiorare, che pur mentendo a se stessi si doveva tacere,  pena la vita e per tutta la vita loro e di quelli di prima, da sempre, per sempre.
Una catena infinita di eterni sacrifici, serrata, immortale, ma che si doveva provare a spezzare, doveva pur esserci un anello che cede,  sapevano che tra un passato di stenti per tutti ed un ipotetico futuro migliore, avrebbero tutti scelto il sogno, ne avevano la forza e volevano misurarsi con la storia.
Per chi non conosce che due o tre  lettere dell’alfabeto e null’altro, quei simboli li sentivano e li riconoscevano amici più di ogni parola cangiante nel tempo. Sentivano, avvertivano che potevano scrivere la loro storia con lettere temprate nel coraggio, non impalpabili, non illeggibili se scaturite da cuori ed occhi impavidi, intrepidi, coraggiosi.  Simboli stimolanti  e non lettere per scrivere il romanzo delle loro vite e deviare un destino già scritto da sempre, di fatica, lavoro, umiliazioni, ignoranza del saputo, non del fare. Da sempre questa catena avvolgeva loro, così come aveva cinto tutte le loro generazioni passate. Si doveva provare. Bisognava provare. Occorreva aprire e sfogliare  quel libro di sogni. Poteva esserci in una qualsiasi di quelle pagine, un anello che cede e spezza quella morsa ingenerosa a mortale. Sapevano che da qualche altra parte del mondo questo miracolo era accaduto. Anarchici, socialisti, comunisti, ribelli, persone con idee riottose a stare entro camicie di forza Semplicemente uomini imprigionati dal destino ma  liberi dentro, che provavano a togliere argini a torrenti di ingiustizie, in piena perenne.
Per questo valeva e per tanto pesava, pur leggero e minuto quel pezzo di carta.
Un rito solenne, in quella ansa del fiume, dove l’intrico di rovi, le piante scolpite dal vento, accarezzate nel  tempo diverso  di stagioni cruente, ferivano il passo a chi non è avvezzo al sudore, restava  lontano da strade, da vie, da carriaggi, protetti  così dal suolo ineguale che scende entro il fiume e da profonde e sinuose radici sicure.  Una specie di patto,  ripetuto negli anni, quando tutto il resto era inganno e nella vita  per  loro  soltanto lavoro, ricurvi su zolle, su sterpi, su rovi, a piegarsi di più sul raccolto migliore.  A vangare, falciare, potare, soffrire  quel  frutto di altri, per altri.  
Quel pezzo di carta valeva il riscatto, la schiena diritta, un anello spezzato di altri infiniti, il sapere e potere dire no a richieste e comandi  impudenti o volgari. Significava  rifiutare la frusta. Significava svezzare un sogno. Significava poter scrivere su pagine ancora immacolate i loro percorsi di vita. Sognavano di indossare un cappello, di fronte ed in  cospetto di un possidente borioso, di un tenutario impudente. Chi legge rifletta non come chi guarda dall’ alto in giù chi  con un cappello in mano ed in ginocchio  pietisce  od implora  un diritto… ed un rigo di conto ma che contare non sa e contare non può.  Da mai. E gli viene detto di no, sistematicamente, ogni volta che pur con umiltà reclama un diritto o si appresta a volere sopravvivere con maggiore dignità.
Nelle mani loro quel pezzetto di carta era un sorriso aperto che sapeva di avvenire.  
I passeri non scappavano alla canzone intonata sottovoce, sempre la stessa, sempre le stesse, con sempre un pensiero rivolto all’ avvenire, al cielo, anzi al sole dell’avvenire. Un coro ancora,  un impeto di vita, una stretta di mano, una spalla che avverte il calore di dita, uno sguardo che approva quel  fare a siglare un silenzio che regni nel cuore e lo alberghi.  Ancora si vive, ancora si sogna, a tra un anno compagni di lotta, compagni di vita.  A tra un anno e che  viva oltre il tempo questa nostra speranza, per tutti, compagni.
Uomini come bambini ad un gioco mortale, ma liberatorio e sublime, per loro. Al ritorno non una traccia di vita passata e trascorsa, un silenzio assoluto omertoso su tutto,  il pezzo di carta custodito sul cuore ed    il fiore al vento, al sole, ai campi, al futuro, sparso qua e là, come briciole di sale a nutrire il futuro, un futuro, chissà.                                    Come a seminare di idee quei campi di vita.  
A casa, quella colonica romagnola del Podere Cimarosa, nella notte qualcuno scendeva sotto il livello dell’acqua, nel pozzo, vicino ad un foro della parete in cotto e sasso, tra la ghiaia una pietra vacilla e scopre un antro a custodire uno scrigno. Forse non a caso era stata scelta ad oriente, dove i raggi del primo sole inteneriscono prima il gelo della pietra sopravvissuta alla notte. Tanti piccoli pezzi  di carta che  dal 1921 si accumulavano, entravano ed uscivano da quel nascondiglio inconsueto  ad entrare nel cuore di quelle persone e mostrate con orgoglio in segreto su quel greto del fiume.  Simboli di vita, di speranze, di sogni, di  un pericoloso gioco a sfidare il destino, non per gioco o vizio o fato, ma per  consapevole scelta di vita. La loro. Non sapevano  contare ma sapevano  valere e riconoscevano il coraggio, come metro di tutto.   LORO.  TUTTI QUANTI.   MALATI DI DIGNITA'.
Sono passati molti anni, da quel poco prima dell' ultima guerra, non tanti però  e di meno se pensiamo alla vita di un uomo, ed in tutto questo tempo ho raccolto e seminato, nel primo giorno di maggio quei  fiori, su quelle strade oramai non più praticate e forse qualcuno, vedendo un distinto signore passeggiare sull’ erba con scarpe da festa,  avrà pensato a stranezze di un uomo smarrito. Per tanti aspetti  lo sono, ancora, spargendo quei fiori per ognuno di loro, nel ricordo ed in onore per tutti quanti coloro, avvicendando e succedendo a mio padre, in quel  fare, a spargere al cielo, alla terra, al vento idee di sale tinte con petali rossi, rinnovando  un rito che spezzi  catene, per ricordare e rendere e restituire con garbo un onore a chi e che così vorrebbe ed  ora non può.   Più. 
 
Per continuare a coltivare sogni di vita  con ragioni migliori.  Non ho carte, quelle,  da mostrare a me stesso, non possiedo la forza né l’orgoglio di quei pugni protesi,  per questo più povero pur più ricco di loro,  ma ho mani capaci che sanno bastare  a chi non ha avuto la mia stessa fortuna, che sognando ha lottato, seminato ed accudito poi la farina che trovo ma che chiuse sanno ancora trattenere e custodire  le memorie che ho.
Pur più ricco, più povero di ognuno di loro. Cosa mi spinge ancora oggi ad andare in quei luoghi, cosa spingeva mio nonno,  cosa spingeva mio padre,  cosa spingeva coloro lo sò,  rinnovo così ogni anno una promessa che paga un piccolo pegno alla vita che ho, questo almeno lo sò,  poichè  ho in affido tra gli altri uno di quei  nomi,  una di quelle dita di un pugno.   Quello di quello del nonno.         Tullio.                                               Questo sì, questo io l’ho , senza la medesima forza e sapienza ancora questo io sò, ma se  portato ed onorato con coerenza e  per bene questo ancora non sò !!! 
Quel rito, quel PRIMO GIORNO DI MAGGIO, quelle canzoni, quelle speranze, quei sogni, quel fare deciso, quei fiori pur recisi vivono ancora. Hanno un posto speciale tra i sospiri che ho.
A tra un anno ancora e che viva oltre il tempo questa vostra speranza di seminare risorse per la vita di tutti. Garofani al vento, bandiere di vita. A tra un anno, compagni !!!                                                                             tullio valerio mazza         Viva il primo maggio viva la festa del lavoro             In ogni manifestazione dove il mondo del lavoro abbia parte, campeggiano al vento bandiere rosse. Questo colore i lavoratori non lo scelsero a caso, simboleggia il sacrificio, la lotta, il sangue e serve a celebrare solennemente quello versato da ogni compagno caduto. Chi ignora od irride tale drappo sventolante, offende ognuno di loro, offende la coscienza, offende la civiltà, offende la democrazia ed insulta la ragione. Con questo simbolo quegli Uomini, quei lavoratori ci hanno consentito di essere ciò che siamo ed abbiamo oggi, una straordinaria opportunità mai vissuta prima, quella di potere discutere alla pari con un padrone qualsiasi e chiunque altro egli sia, guardandolo negli occhi ed alla pari, non come chi lo ha potuto fare soltanto da in ginocchio e con un cappello in mano. Ci hanno permesso di alzare schiena e coscienze quelle bandiere. Hanno consentito a uomini senza alcun diritto che lavoravano dall’alba al tramonto senza alcun rispetto delle loro dignità, disprezzati, insultati e derisi, di alzare la testa, di ergersi in piedi, di confinare il lavoro in un tempo pattuito e renderlo dignitoso con un salario. Non disprezzato e senza alcun valore come la loro vita. Hanno consentito a tutti, quelle bandiere, di rendere dignitosa e degna la vita ognuno e di conferire al lavoro un rango onorevole. Bandiere fatte di uomini onesti, giusti, una stoffa rara in ogni epoca della storia, conserviamola con cura, con amore, con rispetto. Bandiere forgiate e tessute nel sacrificio estremo delle proprie vite, sparse sui campi del lavoro, nelle miniere, nelle fabbriche, sui monti, in mare, ovunque una sirena scandisse un tempo, ovunque la bocca di un figlio invocasse fame. Ovunque il sole baciasse il suolo. Poi lasciate sulla terra e sull’asfalto, per scioperi e rivendicazioni assetate di vita, con la bramosia di un futuro migliore per tutti. Poi tolte con vigliaccheria e nell’ombra per bramosia di profitto. Un prezzo altissimo di vite e di vita. Poiché credo che ognuno di loro ci direbbe che ne è valsa la pena, abbiamone cura, abbiamone rispetto, conferiamole onore, portiamola più in alto dove il vento la accarezzi più forte e la renda visibile anche a quelli lontani. Diamole una voce più alta e facciamola vivere a lungo dove esistono soprusi, iniquità, stoltezze. Conserviamola con cura per poi spiegarla al vento ogni volta che venga calpestato un diritto a vivere, a sorridere, a sfamarci, a discutere, ad affermare ragioni o idee. Innalziamola nel vento ad imporre parità, ad imporre uguaglianza, ad imporre dignità, a preservare diritti a sopravvivere. Amiamole queste rosse bandiere poiché tutto questo simboleggiano nella giornata di oggi quei drappi rossi… e sventolanti. www.immaginienonsoloparole.it        Carnations in the wind        
                                                                                                                                        tulliovaleriomazza.blogspot.com               WWW.IMMAGINIENONSOLOPAROLE.IT